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bambinifuori
Diario di un viaggio in un fuori che è la strada di Bucarest che d'inverno diventa un dentro: dentro i canali, diventa un sotto: sotto la strada e torna ad essere un fuori: fuori da ogni senso. O forse anche qui c'è un SENSO?
 
 
 
 
           
       

DIARIO DI STRADA IN ROMANIA

DIARIO (che fu) DI GIUSY E GIORGIO (e che ora rimane solo dell'ultimo): SCOPERTE, IMPRESSIONI E DELUSIONI DI DUE STUDENTI (meno uno) ITALIANI IN ROMANIA PER CONOSCERE LA CULTURA DEI RAGAZZI DI STRADA

 

 
16 settembre 2004

In breve

Solo per dire che oggi abbiamo preso le analisi dei ragazzi che abbiamo portato al Colentina: incredibilmente tutto in regola. Nè Mariana nè Remus hanno l'epatite C. Una fortuna visto che Mariana è stata molto tempo con Laurentiu. Risulta che sia Remus che Vali abbiano avuto in passato l'epatite B. Passata senza accorgersene. Dove li portiamo solitamente testano solo la risposta specifica perciò rilevano solo la malattia in atto. Mi pare però, ad occhio, che la rilevanza delle epatiti sia impressionante. Anche la A è diffusissima. Non solo tra i bambini di strada: almeno 2 o tre colleghi hanno avuto la A ed uno la B. Sarebbe interessante avere dei dati epidemiologici. Chiaramente B e C sono un discorso, A un altro.

Remus non aveva i documenti l'altro giorno e non lo abbiamo portato al colloquio di lavoro. Laurentiu era sparito. Remus lo portiamo domani, per Laurentiu (che è ancora irreperibile) ha prevalso la mia tesi e lo porteremo ad una associazione che li fa lavorare solo un po' in un ambiente protetto e, nel frattempo, lavora con loro con degli assistenti sociali.

 




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14 settembre 2004

E' ANDATA

La giornata è andata abbastanza bene. Sia Florin che Gabi sono rimasti nelle rispettive case. La madre di Florin è malata di tubercolosi in stato molto avanzato. Non lo ha mai dichiarato. Questo è un problema: si dovrà procedere ad una registrazione tardiva. La cosa andrà per le lunghe.

            La madre di Gabi è convinta che lui stia in un istituto. Sembra volergli molto bene e Gabi pare ricambiare. Abbiamo ricostruito molte cose della vita di questo bambino ed alcune legate ad altri personaggi della strada.

            Ora sono proprio cotto: ho un gran mal di testa. Spero di raccontare alcune cose perché il rapporto di questi bambini con la famiglia mi pare estremamente importante per gettare un po’ di luce sul sistema bambino-strada.

            Domani, tra le varie cose, portiamo Laurentiu e Remus in una ditta di pulizie perché li assumano. Trovo che proporre questo a Laurentiu sia stato un grosso errore. Ad ogni modo vedremo.




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13 settembre 2004

Cecilia

Dall’Italia mi arriva notizia che la piccola Cecilia se ne è andata. Lo sapevamo e lo sapeva lei che quel suo cuore montato alla rovescia non l’avrebbe fatta diventare grande. Ci sono tante cose alla rovescia a questo modo che durano da ben più di 14 anni.

Mi sono chiesto tante volte cosa vuol dire crescere sapendo che non si diventerà mai grandi. Ma infondo che differenza c’è? A quattordici o novanta anni a tutti verrà chiesto di essere grandi prima di essere cresciuti abbastanza.

Buon sentiero Cecilia 




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13 settembre 2004

Piccoli successi

Domani andiamo in un paese fuori Bucarest. Andiamo a casa di Gabi. È parecchio che tento di convincerlo, non c’era verso: non voleva che andassimo. Mille scuse. Alla fine mi ha confessato che non vuole che sua madre sappia che si droga, che è un bds. Lo immaginavo. In realtà avevo il dubbio tra questo e la vergogna di mostrarci la sua casa (che pure è una cosa comune in bds. Sicuramente ne parla Lutte 2000 e mi pare anche Lucchini).

L’importante è che lo abbia convinto. Gabi è risultato positivo al test per epatite B e C. All’ospedale gli hanno prescritto vitamine e gli hanno detto di tornare un mese dopo con la Madre. In realtà oggi ho parlato con la dottoressa che ha in cura Laurentiu [epatite C (se non racconto a breve la sua situazione qualcuno me lo ricordi perché è emblematica)]. Mi ha fatto capire senza tanti veli che la sua collega ha piantato lì una scusa per non dare l’interferone a Gabi. È una cura molto costosa e se c’è il rischio che il paziente non la segua correttamente non la sì da. Quanto alla questione che sia un minore non sa: “bisognerebbe consultare un giurista”. Quanto a Laurentiu, qualcuno ha garantito per lui (e, dico io, ha anche unto con valuta gli ingranaggi volontariamente inchiodati della sanità rumena). In realtà le situazioni di Laurentiu sono praticamente identiche. Entrambi vivono in “groapa” (buca) davanti al TNB. Per entrambi le vie di contagio possono essere la siringa (si sono iniettati di eroina) o i rapporti sessuali non protetti. In particolare entrambi sono noti per racimolare denaro andando con gli stranieri che aggiungono numerosi attratti dalla fama dei bambini rumeni: “con due lire gli fai fare quello che vuoi” (cito a memoria da Frassi). Laurentiu 16 anni, Gabi 14.

Oggi all’Ospedale Colentina abbiamo portato a fare le analisi alcuni altri perché qui fanno anche l’epatite C mentre dove andavamo prima avevano solo B, HIV e Sifilide. In particolare c’erano Remus e Mariana. Mariana è l’ex di Laurentiu. Come usciranno? Speriamo.

In tutto oggi abbiamo fatto un carico di 5 bds verso Colentina –tra questi anche Radu in spedizione antirabbica: l’infermiera lo ha riconosciuto e ci ha proposto un abbonamento, lui felice come non mai. Poi…

Vabbè: una giornata lunga. Speriamo bene domani. Alle 9 vado a svegliare in groapa Gabi e Florin li porto a lavarsi a Parada poi ci carica Leo: casa di Florin, ancheta sociala (inchiesta sociale? Credo?), certificato di nascita e lo iscriviamo a scuola. 12 anni. Poi da Gabi.    




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12 settembre 2004

Dicevamo...

...sì il blog piange. Un aggiornamento al mese è un po’ poco. Vediamo di cominciare.

Riassumendo. Sono in Romania per fare pratica con una borsa di un progetto UE. Di fatti “l’azienda” che mi ospita è una associazione che si occupa dei diritti del bambino: Salvati Copiii (si legge Salvazi), membro della rete internazionale Save the Children. Io precisamente lavoro nella “Squadra di strada”. In strada ci sono i “bambini di strada” propriamente detti (anche detti permanenti, abbrevio con bds), ci sono i bambini che lavorano in strada (perlopiù chiedendo l’elemosina sorvegliati da genitori o da qualcuno che gestisce il giro), ci sono famiglie che non hanno casa, ci sono ex bambine di strada (ex è riferito solo a “bambine”, non a “di strada”).

            Qualcuno mi ha chiesto notizie sulla situazione dell’infanzia in Romania. A me piacerebbe avere una stima del capitale che entra in Romania grazie ai bambini.

            Parliamo di turismo sessuale? Anche. Un pedofilo entra nel pese e comincia a pagare. Camere in affitto. Qualcosa ai bambini. Qualche intermediario. La polizia… Quando ho letto il libro di Frassi (mi pare si intitolasse “I bambini delle fogne di Bucharest”), mi sono detto: ecco il tipico giornalista che ha in testa un libro, fa un giro nel posto che vuole descrivere, scatta qualche foto che faccia presa e poi adatta la realtà a quello che ha nella testa. Frassi aveva nella testa la pedofilia e poco altro. Ad oltre un anno di distanza confermo il fatto che il libro descriva male la realtà, romanzandola, rendendo un cattivo servigio a chi vuole conoscerla e a chi vuole sia conosciuta. Sulla stima del problema pedofilia devo ricredermi: sono tanti.

            Parliamo di fondazioni? Quando arrivarono in occidente le prime notizie sui bambini Rumeni a molti si strinse il cuore. Non hanno casa? mandiamogli tende. Hanno fame? Mandiamo viveri. Freddo? Sacchiappelo. Geniale! Così a Gara de Nord (la stazione nord, zona in cui si è sempre concentrato un cospicuo numero di bds) si vedevano bambini azzuffarsi per raggiungere una brodaglia che poi tiravano appresso ai volontari perché non aggradava loro. Si potevano comprare sacchi letto da alta montagna per pochi lei (valuta rumena) dai bds che non sapevano cosa farsene.

Le radici cristiane dell’Europa. Cosa pretendevamo di trovar scritto nel vangelo: “ero bds e mi avete reintegrato in famiglia, dato un istruzione, costruito una società vivibile”…? Dice: “Ero affamato e mi avete dato da mangiare”! E poi continuerete a darmelo perché se a me capita di avere qualche leu in tasca ci vado a comprare l’aurolac che se è di quello buono finisce pure che mando giù la ciorba che mi passano alla gara se no trovo qualche turista che mi prende un Happy Meal da Mc Donald. Poi si sa che poveri-bambini-si-drogano-per-non-sentire-la-fame.

            Insomma primi interventi assistenziali. Poi si comincia a capire e si aprono le “fondazioni”. “Fundatie”. Organizzazioni che nascono di solito su iniziativa di stranieri, con soldi stranieri, spesso anche con molti operatori stranieri. A quasi 3 lustri dalla rivoluzione tutte le fondazioni che conosco devono la loro sussistenza principalmente a fondi esteri. La stessa associazione per cui lavoro è ancora legata ai finanziamenti di Save the Children Svezia che doveva aiutarla solo per i primi anni. Reggendosi su fondi privati ogni fondazione adotta criteri propri (più o meno nel rispetto delle sempre opinabili ed aggirabili leggi Rumene).

            Però l’Europa, dalle radici cristiane, dal tronco in su è laica. Se un bambino affamato scuote le sue radici, un maggiorenne, tossicomane, ladro, stupratore, menefreghista appena può sfiorarne le fronde. Ergo il bds al compimento del diciottesimo anno di età non fa più pena a nessuno. Peccato che ormai è dipendente dagli aiuti, molto più che dall’aurolac. Nessuna delle fundatie lavora con gli ex bambini della strada divenuti adulti (e rimasti nella strada poi ci sono molte che portano avanti ragazzi entrati in programma prima). Una o due arrivano ai 20 anni di età, le altre si fermano a 18. Perché? Perché il bambino ha bisogno di chi si prenda cura di lui. Se nessuno lo fa, suscita pena. La pena scuote le coscienze. Mano ai portafogli. Le coscienze si quietano. Un adulto deve sapersela cavare da solo. Non fa pena. Coscienze quiete. Portafogli nei foderi. Sì però quando era bambino nessuno… Chissenefrega!

            Di fatto in strada ci sono molti più giovani che bambini. Le fondazioni lo sanno. Ufficialmente il loro programmi continuano ad essere indirizzati ai bambini. Però spesso i fanno eccezioni e tentano di aiutare come si può. Creando maggiore confusione di quella che già c’è.

            La confusione è dovuta primariamente al fatto che ogni fondazione è libera di fare quel che vuole, come vuole e con chi vuole. Deve rispondere solo ai propri finanziatori –che spesso si accontentano di foto e racconti commoventi. Quindi se una associazione decide –ad esempio- di non portare cibo in strada per non rende l’ambiente-strada un luogo confortevole in cui restare dovrà fare i conti con le idee a proposito degli altri operatori. Basta che uno non sia d’accordo e tutto va in aria. Vi assicuro che anche nelle stesse fondazioni capita che i singoli operatori adottino metodi e criteri tanto differenti da rendere impossibile ogni credibilità. Dell’organismo statale, la DPC (direzione per la protezione dei bambini), meglio neanche parlare.

            Non mi dilungo più ma il concetto è: conviene a qualcuno risolvere il problema? I bambini in situazioni di disagio attraggono finanziamenti stranieri. Con questi si creano posti di lavoro. Conosco una quantità impressionante di gente che lavora nel “sistema”. Non credo che in Italia ci sia così tanta gente che si occupa di questo campo. Ad ogni modo il problema sarebbe diverso perché qui i soldi non sono investiti dallo stato. Se la situazione migliorasse gli investimenti dell’internazionale dei cuori teneri si sposterebbero su altre emergenze più gravi e meglio mediatizzate. Non voglio dire che ci sia un complotto per mantenere in strada i bds però non ci si può neanche lamentare se il “sistema” sia ben lungi dal “fare sistema” e che la macchina giri a vuoto.

            Io mi riferisco ai bds perché è il settore con cui principalmente lavoro io. Il problema dell’infanzia in Romania non si limita a questo. Rimanendo alla strada, i bambini che lavorano in strada sono un numero sempre crescente. Solitamente chiedono l’elemosina mandati dalle famiglie o spesso da persone che li hanno comprati o affittati dai genitori o li hanno semplicemente raccolti dalla strada. Un bambino può essere una fonte di guadagno per parecchi adulti.

            L’abbandono continua ad essere una piaga che mina ogni possibilità di razionalizzare la situazione. Se non ricordo male, nel 2000 c’erano ancora 100 000 bambini negli orfanotrofi (su 23 milioni di abitanti). Questi erano spesso tenuti in condizioni poco dignitose senza distinzioni d’età e seguiti da poco personale. Le violenze d’ogni tipo erano all’ordine del giorno. L’UE ha imposto alla Romania la chiusura di questi mega-centri. Oggi sulla carta il numero dei bambini nei centri è diminuito. La via di soluzione principale è quella degli assistenti maternali. Una un tentativo di reale soluzione dovrebbe puntare a rimuovere un back ground che ha fatto dell’abbandono una pratica comune e scarsamente sanzionata dal senso comune. Chiaramente salari più adeguati al costo della vita aiuterebbero.

            Poi a 18 anni il bambino è messo fuori dal centro. Spesso ha terminato il liceo. Purtroppo, se non è palesemente ritardato per la mancanza di stimoli adeguati, stenta ad adattarsi al “mondo di fuori” perché è cresciuto in un ambiente con regole proprie nel quale ha sviluppato abitudini e capacità che la società “fuori” sanziona negativamente. Risultato? Ci sono molte fondazioni che con fondi stranieri danno lavoro a parecchie persone che si occupano del reinserimento sociale di questi ragazzi. Geniale.

            Per ora basta così. La prossima volta scriverò qualcosa su quello che faccio. E magari qualche racconto di interazioni.

            Abbiate pazienza se ci sono frasi che non hanno senso: probabilmente non vogliono dire nulla. Perdonate se ho fatto un po’ di confusione: è quello che meglio rende l’idea del mio lavoro. Non badate agli errori: l’ultima cosa che mi passi per la testa ora è leggere quello che ho scritto, accontentatevi.

Siete autorizzati a segnalare errori solo se mi specificate esattamente riga e parola (capito Gioss!)

Non avrei scritto questo aggiornamento senza i rimproveri bonari di Ele e Gioss.

Grazie all’anonimo che mi tiene compagnia da lontano 

 




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11 agosto 2004

TORNATO

Salve gente sono tornato in Romania e sto lavorando con Salvati Copiii (Save the Children Romania).

Sono qui dal 15 luglio. Al più presto riprenderò ad aggiornare il blog.

Questa volta sono solo (sigh!)




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8 maggio 2004

EROI

            Il giorno prima di partire passo ad Unirii. Chiacchiero con alcuni ragazzi. Arriva Romica: “Iulian è all’ospedale! Lo hanno picchiato”. “Ancora i paznici?”, chiedo. “Si”. Questi agenti di sicurezza privata sono una delle cose che più colpisce girando per le strade: s’incontrano grosse jeep parcheggiate, dentro ragazzoni con tute stile militare, manganello spray irritante ed, a volte, pistola. Sono pagati dai negozi della zona o da qualche ditta. Sicurezza privata. I ricchi, molto ricchi, devono difendersi dai poveri, molto poveri, che hanno poco da perdere. La polizia è corrotta. Leggevo su un giornale che in Romania ci sono attualmente circa 25 000 posti di lavoro vacanti, una grossa fetta dei quali è costituita dalla richiesta di “panici”. Bulletti alti e grossi, scolarità bassa, sottopagati, auto di grossa cilindrata, divisa e manganello. Poi si accorgono di non contare nulla: impongono il loro potere sulle uniche persone che –sotto il livello della legalità- sono costrette a sottostarvi. Chiedono soldi, sigarette, se non le ricevono: giù botte. Alcuni sono anche gentil con i ragazzi, dipende. Questa è la terza volta in due settimane che Iulian è picchiato da quelli che dovrebbero essere di guardia a “Metropolie”. La volta scorsa ad Ogre avevano rotto una costola.

            Corro all’ospedale, chiedo di lui, non mi dicono niente, non si fidano, riesco almeno a capire che l’hanno dimesso dopo un solo giorno di ricovero: nulla di grave. Il giorno dopo mi dicono che è tornato a vivere a Brancoveanu, il suo vecchio canale. Aveva traslocato ad Unirii perché lì aveva avuto dei guai.

            Qualcuno ha commentato la morte del giovane erasmus in Romania.

ma cm si fa dico io nel2004 ad sentire ancora cose del genere ke t feriscono così tanto da portart a pensare ke forse sarebbe meglio nn esistere proprio ke sapere ke si puo uscire d casa e nn tornarc + senza esserne colpevoli....assurdo....!ciao daniele...nn è stato necessario conoscert x capire ke avevi1cuore grande...hai salvato la vita a2ragazze xdendo la tua!!!!”

            Non conoscevo Daniele. Non so bene cosa sia successo. La notizia mi ha colpito perché ha la mia età e perché, l’hanno passato, ero erasmus come lui. Vorrei evitare di santificarlo solo perché stato ammazzato. Un eroe? Perché? Quando la pianteremo di tessere panegirici dei nostri caduti e ci sforzeremo perché la gente non muoia per delle idiozie? Scommettiamo che “l’assassino” ha un grado di scolarità basso? Che non è di famiglia benestante? Noi non siamo responsabili –almeno in parte- di questo?  Forse no ma vale la pena di rifletterci.

            Daniele è un eroe! E Iulian? Un giorno è probabile che ammazzino anche lui, come ne hanno uccisi tanti. Non farà scalpore. Non ha avuto la possibilità di studiare all’estero. Non ha avuto la possibilità di studiare. Rischia di essere ammazzato per un pacchetto di sigarette o per difendere la sua fidanzata dagli insulti di un poliziotto. Gli abbiamo detto di denunciare i “paznici”: ha i documenti scaduti.

            Sono rientrato in Italia da 6 giorni, a casa da 1. Nel frattempo un diciassettenne ha accoltellato un ventenne perché lo “guardava male”, in Italia. Basta eroi, basta! Lavoriamo perché i bambini di oggi abbiano la capacità di collegare il cervello, prima di sferrare una coltellata, domani. La capacità di parlare, di ascoltare. Basta retorica!

            A Giorgia. Sicuramente sei una persona sensibile. È un episodio che colpisce, rattrista. Pensa che quando scrivi o dici qualcosa fai un atto che ha più forza di tante coltellate. Voglio credere che una frase ne possa evitare –o provocare- molte. Spero tu non ti offenda se ti do un consiglio. Se lasci stare i “ke, t, X”, ci metti qualche manciata di secondi in più a scrivere poche righe: forse questo ti darebbe il tempo di pensare a quello che scrivi.

            Se non esistessi non avrei la possibilità di essere ammazzato per “futili motivi”. “Assurdo” mi pare pensare che non esistere sia meglio! 

 

 

            p.s. oh! il blog è in pausa ma dal 16 luglio si ricomincia:spero di aver ricaricato le batterie.




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27 aprile 2004

Fonte WWW.ANSA.IT

STUDENTE LECCE UCCISO IN ROMANIA, HA DIFESO AMICHE DA INSULTI

LECCE - Uno studente universitario leccese di 23 anni, Daniele Caiaffa, figlio del consigliere dell' Ordine degli avvocati di Lecce Giangaetano Caiaffa, e' stato ucciso a coltellate in Romania per aver reagito ai pesanti apprezzamenti rivolti da un gruppo di romeni a due ragazze italiane che erano con lui.
A quanto si e' appreso, il giovane si trovava in una localita' in provincia di Timisoara dal 23 febbraio scorso per un viaggio nell'ambito del progetto 'Erasmus' organizzato dall' Universita' di Lecce, dove era iscritto alla facolta' di Giurisprudenza.
L'omicidio e' avvenuto ieri sera. Il padre di Daniele Caiaffa, che e' stato informato dell' accaduto oggi dal console italiano in Romania, partira' in serata insieme con la moglie alla volta della Romania.
Secondo la ricostruzione resa nota, il giovane ieri sera stava passeggiando con alcuni amici nei pressi di una discoteca, quando un gruppo di giovani romeni ha cominciato a molestare due sue amiche italiane. Daniele Caiaffa ha reagito e a quel punto uno dei romeni avrebbe estratto un coltello e colpito lo studente all' addome uccidendolo.
Sono stati gli amici del giovane a rivolgersi alla Polizia locale, che avrebbe gia' fatto un identikit dell' omicida.

27/04/2004 17:29 www.ansa.it




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21 aprile 2004

SIAMO TUTTI AMERICANI

Oggi giornata burocratica. Alla “sectia de politia” per i documenti di due ragazze: nulla di fatto ma giovedì Leo torna alla carica. Ad un colloquio di lavoro per un ragazzo con moglie e figlia: assunto. Fotocopie a colori per non so che progetto legato al “Leonardo da Vinci” (quelli che pagheranno la mia borsa). Leo mi mostra soddisfatto il certificato di nascita di una ragazza. Credo abbia 26/27 anni: nessuno l’ha mai dichiarata all’anagrafe. Non è mai andata a scuola, non ha lavorato in regola, non si è sposata, ha un figlio di 9 anni, chiaramente anche lui non dichiarato. Leo mi mostra il certificato: “sono sei mesi che ci lavoriamo, il bambino ora va a scuola, ha quasi finito la prima classe, impara molto rapidamente: questo ci fa sentire che non lavoriamo per nulla”. In Romania chi non ha una casa di proprietà ha mille problemi per avere un documento, non solo i boschettari. I documenti provvisori alcuni li emettono, altri no: secondo come gira, quanto paghi… il dirito all’identità è solo per pochi. Senza documenti non sono neanche perseguibili se commettono reati, non trovano un posto di lavoro regolare: sono sotto il livello della legge: semplicemente, non sono.



            Stanco ed in ritardo arrivo all’appuntamento con Florin. Andiamo a vedere L’ultimo samurai. De ja vu  L’americano pentito sposa la causa dei più deboli. Gli indiani (o samurai che siano) comunque non vincono. L’americano perde anche lui ma, mentre gli altri crepano lui se ne torna dalla giapponesina e vive felice al villaggio. È samurai ma samurai americano. Le pallottole (made in USA) lo schivano accuratamente. È una carneficina: ma lui sopravvive e l’imperatore commosso si converte. Lui lanciato al galoppo lancia la spada come fosse un giavellotto ed un attimo dopo la ha di nuovo in mano. Kazumoto fa harakiri? Lui no: è samurai però americano.



            Usciamo dal film e sono contento: mi piacciono i lieto fine. Lo è? Sono stati massacrati tutti i samurai. Il villaggio però è salvo. È rimasto un samurai: è americano, il protagonista. Hanno vinto i buoni. Chiacchieriamo, Florin a fame, entra in un fast food: vuole un Kebab. Il body guard lo avvicina e lo prega di uscire. Inizialmente non capisco, poi mi è chiaro, entro dentro, chiedo al tipo perché abbia mandato fuori il ragazzo. Lui parla al telefono e mi indica distrattamente un cartello. Il cartello spiega che in quel locale bisogna essere vestiti in una maniera “DECENTE”. Aspetto che finisca la telefonata. Gli chiedo di spiegarmi, cortesemente, cosa intende lui per “decente”. Mi mostra con la mano gli altri clienti. “Io sono decente? –chiedo- lei è decente?”. “Si” risponde. Io sono vestito male come sempre (in particolar modo quando sono in strada). “Non capisco: mi spieghi la differenza”. “Io e lei siamo puliti”, “Quindi se uno fa un lavoro nel quale ci si sporca non ha diritto di mangiare?”. Il tipo è nervoso, lo presso sia in termini verbali che prossemici: quasi ci tocchiamo, lo sovrasto sfruttando una ventina di centimetri d’altezza in più. È il body guard più sfigato che abbia mai visto, esile come un fuscello. Si tira in dietro, ha un atteggiamento ossequiente nei miei confronti. “mi spieghi cosa è decente in questo paese?” (io intendo chiedere: “cosa significa decente in questo paese?” ma mi esprimo male). Lui mi fa: “ah in questo paese non c’è nulla di decente”. “ah no? Allora cominciamo a far uscire i clienti, a buttare fuori tutto…”. Il tipo sbianca mi chiede perché. “Non lo ha detto lei che in questo paese non c’è nulla di decente? Allora tutto qui contravviene al cartello.” Mi spiega che lui non è niente, che esegue degli ordini, che non è niente. Lo lascio augurandogli con tutto il cuore di trovare un lavoro che non lo faccia sentire “niente”, che faccia sì che guardandosi in uno specchio possa vedere un uomo e non un niente.



            Sono infuriato: in che schifo di mondo viviamo? Sono anche contento: è la prima volta che riesco ad “incartare” con le sue stesse parole un rumeno parlando la sua lingua. Florin comincia a disquisire su Ceausescu: una cosa simile non sarebbe successa quando c’era lui. Un negozio del genere l’avrebbero chiuso “ah ma le cose cambieranno?”. Lo fermo: “quando cambieranno?”. Parte per la tangente parlando di non so che. “quando cambieranno? Tu che hai intenzione di fare? –lo incalzo- fare i documenti, trovare un posto di lavoro, non pensi che questo sia un buon inizio?”. Come suo solito parla troppo, di tutto, spiega che ha l’epatite che non può lavorare come gli altri, che i documenti li ha persi, che non è così facile… e bla, bla… Sono scocciato, lo interrompo, tento di farlo rimanere in tema con quello che diciamo. Lui continua a parlare. Gli dico che il suo problema è che parla troppo ed ascolta troppo poco. Ci rimane male. “Sono due settimane che ti ascolto –continuo- è giunto il momento che anche tu mi ascolti un po’”. “Sai perché parlo troppo? -mi dice- perché ho ragione”. Già! Non ci avevo pensato. “O.K. Allora io vado: quando hai voglia di ascoltare dimmelo” e faccio per andarmene. Mi dice che “se è così, la nostra amicizia finisce qui”. Faccio spallucce: “se non mi ascolti non ti posso aiutare”. Finisco per ascoltarlo ancora io in una lunga dissertazione sul bene, il male, Adamo ed Eva, la mela, è tutta colpa loro, pensa che bello sarebbe se non l’avessero mangiata. Lascio che parli, spengo il cervello. “Hai finito? –chiedo- dimmelo, quando hai finito”. Parla ancora un po’ poi smette. Comincio a parlare io, mi interrompe. “Io ti ho ascoltato: ora ascolti tu!”. Ci prova: si vede che non riesce. Mi risponde cose non pertinenti.



            Questo ragazzo non ha imparato ad ascoltare. Il ragazzo di strada “tipo” (se esiste) ha un individualità sbilanciata sull’gruppo. L’individuo si sente principalmente parte di un gruppo e poi individuo. La principale “droga” più forte da lasciare –secondo molti- è il gruppo. La colla si riesce a lasciarla da un giorno all’altro, la strada no. Dal Brasile al Guatemala alla Romania tutti i ragazzi che cominciano un cammino per uscire dalla strada vi ritornano più volte prima di essere recuperati (se riescono). Florin è il contrario di questo stereotipo: è chiuso in se stesso. Gli altri sono solo ascoltatori –neanche troppo necessari- delle sue dissertazioni. Non ha bisogno di nessuno, non escluderei che non sia mai stato in nessuna fondazione: non crede gli serva. Non si droga: l’aurolac è una droga di gruppo.



            Che si può fare? Gli spiego che può trovare un lavoro –anche con “l’epatite cronica”- che deve fare i documenti, che è difficile, che deve volerlo lui ma che lo possiamo aiutare. Non capisce, deve avere sempre l’ultima parola. Comincio a perdere la pazienza. Penso di colpirlo al volto con un bel gancio, penso alla rotazione della sua testa, se lo colpissi al mento, alla traiettoria dei quattro denti che gli rimangono in bocca. Se solo fossi capace di non incaponirmi in questa maniera… ma potrei essere io al suo posto. Sono 45 giorni più vecchio di lui. Da piccolo ero iperattivo, ho avuto episodi di sonnambulismo, se i miei –invece di darmi tutto l’amore di cui erano capaci- mi avessero mandato in una “scuola speciale per handicappati”, come hanno fatto i genitori di Florin, cosa sarebbe di me? Quante storie ho sentito come questa? Un bambino irrequieto, che non è attento a scuola: alla scuola speciale! Perché lì li aiutano… sì, li aiutano a diventare dei disadattati.



            Lo lascio dicendogli che ora sta a lui: sa quali sono le possibilità, ora io devo pensare a quello che mi ha detto e lui a quello che ho detto io. Poi, se vorrà, sarà lui a chiedermi di aiutarlo, se no, continuerò ad ascoltarlo (o a far finta) senza interrompere.



            Sono veramente nervoso, ho parlato per oltre 2 ore con Florin e mi è sembrato di prendere a pugni un muro di gomma. Ma è lui il muro di gomma? Ho è questo mondo che respinge ogni nostro sforzo che non vada nella direzione “giusta”? Fare i documenti, trovare un posto di lavoro… e poi? Con 60 euro al mese, poi? Una famiglia, bambini? Perché? Per mandarli in strada? Avesse ragione lui? “Degiaba” (per nulla). Quante volte lo dice. Gli ho detto che per me quella parola non esiste: nulla è “per nulla”. Non riesci? Hai tentato. Almeno hai dato un senso ai tuoi giorni. Ma è così? Per me sì! ma io sono “Americano”. A me le pallottole mi fanno un baffo! Quando entro in un fast food, e si accorgono che sono Straniero, mi fanno tanto di inchino anche se puzzo perché non mi lavo da una settimana. Io faccio questa battaglia, altri 6 mesi, mi piacciono le sfide, perderò perché i boschettari –come gli indiani ed i samurai- perdono sempre, però avrò ad aspettarmi la mia giapponesina, una vita facile (e non prendiamoci per i fondelli: è una vita facile: non sappiamo cosa siano le difficoltà), un futuro limpido. I miei compagni di lotta avranno fatto harakiri o saranno ancora sul campo di battaglia io avrò finito il mio stage da samurai e mi godrò il lieto fine, come ogni buon americano.



            Ho troppe cose per la testa, corro a prendere il 79, alla fermata l’autobus si ferma, io no. Non so quanto ho corso. Sbaglio strada, torno in dietro, una, due volte, non riesco a pensare a dove vado: corro. Come Forest Gump, ricordate? Anche lui era handicappato mentale, però era Americano. Mentre gli handicappati (o presunti tali) in Romania finivano negli orfanotrofi o nella scuole speciali, in america vincevano il Super Ball. Quando Forest doveva andare a scuola, la madre andò a letto col direttore perché lo accettasse. La madre di Florin, anche se avesse voluto, dopo 8 figli, non avrebbe sedotto neanche il più infimo dei direttori.



            Arrivo ha casa stanco. Per fortuna. La stanchezza smussa i pensieri. Quelli che hanno studiato dicono che siano le endorfine. Una doccia (altro privilegio da americano) e poi giù: qualcosa su un foglio elettronico. Per dire quanto ci si senta vigliacchi ad essere insieme samurai ed americani.     




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19 aprile 2004

Buon compleanno Florin

Quando arrivo alla stazione del metro di Unirii, sono circa da 22:30. Vicino ad una colonna, di spalle, scorgo Florin ed Anca. Mi avvicino, mi vedono. Florin non ha il solito cappotto pesante unto e bisunto né la tuta da meccanico rossa. Indossa una camicia a maniche corte nera e dei jeans anch’essi neri. E’ abbastanza sporco, come al solito. Anca è vestita in maniera eccentrica come sua abitudine: camicetta bianca, gonna colorata, foulard, scarpe da ginnastica, il rossetto sgargiante e mal messo. Mi salutano, anca mi chiede dove vado,  “ad una festa”, rispondo. Florin freme: “Ti sei ricordato?”, “cosa?”, “oggi è 19!”, “sì, allora?”, “è il mio compleanno”, “Oh –e mi batto una mano in fronte- mi sono dimenticato: che vergogna!”. Florin è un po’ deluso ma fa la faccia da “non ti preoccupare: tanto me lo aspettavo”. “Che vergogna –continuo io- girati: mi vergogno a guardarti in faccia”. Appena si è girato piazzo in mano ad Anca la busta, estraggo la torta, ci piazzo sopra le candeline ed accendo. Florin, nonostante i moniti di Anca perché non si giri, è già riuscito a sbirciare la sorpresa. Quando gli permettiamo di voltarsi, il suo viso è pieno di stupore. Sorride e, per un attimo, non sa che dire (solo per un attimo perché poi attacca con una delle sue conferenze su un lettore CD per computer, stravecchio, che ha trovato abbandonato).

            Spegne le candeline, mi abbraccia, mi bacia, sorride, un sorriso a trentadue denti, si direbbe, se solo li avesse tutti. Ci sediamo, Anca su una panchina con la torta e noi due in terra. Ho portato piatti e cucchiai. Immaginavo di trovare anche Anca (scusate il bisticcio). La torta è una di quelle terribili alla panna, che significa SOLO panna con qualche pezzo di frutta dentro (Fausto! A noi e Sebastiano ricorda qualcosa, no?). La tagliamo in 4. Le fette sono grandi. Io ed Anca mangiamo, Florin disquisisce di laser, voltaggi, batterie… Ventitre anni, forse la prima trota della sua vita.

            Arrivano una bambina sui 7 anni con il fratellino di un paio d’anni più piccolo. Ci guardano mangiare. Offro loro un pezzo di torta, fanno un po’ i timidi ma poi accettano. Sono sporchissimi. Florin non sembra entusiasta che io li abbia invitati al suo compleanno.  Anca ha finito: si è liberato un piatto per i bambini. Mangiano un po’ poi riportano in dietro mezza fetta: troppo grossa per loro. Florin sembra contento: ha finito la sua ed attacca anche la parte che i bambini hanno lasciato. “Sai –mi dice- non sopporto quegli uomini che non mangiano dove ha mangiato un altro, non siamo forse tutti figli di Adamo?”. Capisco quanto sia importante accettare cibo da loro: ti mettono alla prova: mi consideri un cane o un uomo? Mangi quello che mangio io o ti fa schifo? Ti faccio schifo?” Io mangio, Giusy non ne sarà contenta, ma io mangio.

            Chiedo ai bambini dove dormono, “in un angolo” mi rispondono. Con i genitori? Da soli? Molti bambini sono mandati dai genitori a chiedere l’elemosina. Ma a questa ora… credo siano soli. Sono molto sporchi. Il bambino gioca con me a calcio con una bottiglia. La bambina contratta con Florin per un videogioco. Anca prega Florin di rimanere con lei per la notte, “Ho da fare, ti ho detto! Quando posso rimango, lo sai. Sono rimasto due volte. E poi, vuoi che mi rubino le cose?”. Arriva l’ultimo metrò Florin lo prende, va ad Armata poporului dove è il bloc nelle cui scale vive. Anca mi dice che forse va in un monastero, ma non questa notte: è troppo tardi. “Mi sento sola quando viene la notte ha detto a Florin”. Florin mi ha detto che Anca ha un cancro alla spina dorsale e soffre di nervi.

            Prendo anche io l’ultimo metro, nell’altra direzione. Ho regalato un sorriso: sono contento. Basta così poco. Le cose sono andate come speravo, erano tre giorni che cercavo Florin: volevo dargli un appuntamento per oggi: rischiavo di mangiare tutta quella panna da solo. Ed invece tutto è andato per il verso giusto, vado a dormire contento, nel letto…io. Florin per le scale, i bambini in un angolo, Anca chissà… sono contento? che mondo di merda!




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15 aprile 2004

ALTRI 6 MESI A BUCAREST

            Come promesso una notizia. La stanchezza e tutto il toluene “passivo” che inalo cominciano a dare i loro effetti. Oggi ho firmato il contratto con Salvatii Copiii per tornare da loro a fare un tirocinio di 6 mesi. In pratica quello che ho fatto è stato cambiare la possibilità di andare 6 mesi a Madrid con quella di tornare ancora una volta ala cara vecchia Bucarest. Come qualcuno sa, prima di partire, ho ricevuto la lieta novella di aver vinto una borsa del progetto Leonardo. Questo progetto della comunità europea è permette a studenti (e, in altri casi, a neolaureati) di effettuare periodi di praticantato in aziende dei paesi che fanno parte del progetto. Io avevo fatto richiesta per Madrid, avevo trovato persino un’azienda disposta a prendermi (per la verità me l’avevano trovata le infaticabili Maria y Cristina, da Brussel, non chiedetemi come). Questa borsa non è come l’Erasmus, per le tre Università di Roma funziona così: c’erano un numero di borse disponibili per ciascun ateneo (20 per la Sapienza), a prescindere dalle facoltà, abbiamo fatto la domanda e siamo andati tutti a concorso per merito e conoscenza linguistica (ognuno per il paese scelto) e, forse, anche secondo il curriculum. Morale della favola: i primi 20 della graduatoria hanno preso la borsa. Questo sistema fa sì che, se uno vuole cambiare azienda o paese, lo può fare senza creare grossi problemi. L’importante è che la competenza linguistica sia dimostrata almeno uguale anche per il secondo paese. Io il rumeno lo parlo certamente meglio dello spagnolo (nonostante le mie ottime professore :-), ho superato un esame perciò, quando ho fatto la richiesta mi hanno detto subito che era possibile, che però dovevo sbrigarmi.

            Detto, fatto: andrò a tirociniare a Salvatii Copiii. Il mio lavoro consisterà nel monitorare due o tre zone nelle quali sono presenti gruppi permanenti in strada, occuparmi di indirizzare i ragazzi verso le strutture che li possono aiutare per eventuali necessità (documenti, cure mediche etc), tentare di raccogliere informazioni e di stabilire un contatto con le famiglie di quelli che sono da meno tempo in strada e che è possibile reinserire, insomma, più o meno quello che fanno le equipe stradali di Salvatii Copiii quando escono “sul terreno”. La differenza sarebbe che io farei solo questo e solo su pochi gruppi. Ciò significa che, se loro passano, in media, un’oretta al mese in ogni gruppo, io dovrei avere circa una trentina (calcolando per difetto) di ore da spendere in ognuno dei gruppi che sceglierò. Dovrò solo fare relazioni periodiche al mio tutor (il mitico Leo).

            Per la mia ricerca la cosa è eccezionale. Da quando è partita Giusy sto andando sul terreno con una delle due equipe stradali di SC, quella formata da Mihaela e Leo. Conoscono moltissimi ragazzi ed anno stabilito un buon rapporto con gran parte di loro. Il problema è che oltre ad avere almeno una trentina di zone da controllare hanno da scrivere relazioni, progetti, comunicati, tutta roba importante ma che porta via tantissimo tempo. Poi ci sono progetti portati avanti nelle comunità Rom, ci sono i bambini che vivono in strada solo il giorno, che lavorano in strada. Poi c’è tanto tempo perso imbottigliati nel traffico, a pagare fatture, chiedere permessi, finanziamenti, visti per tale o tal altro seminario all’estero… purtroppo mandare avanti un’organizzazione complessa richiede energie spese sulla struttura stessa. Per me sarebbe stato deleterio però. Invece così avrò modo di raccogliere tutte le informazioni che mi servono. Oggi ho firmato e fatto firmare tutte le carte necessarie, domani le spedirò a Roma: Madrid adios!

            Per questo blog il cambio vuol dire nuova vita. Infatti il 2 maggio torno in Italia e, se non avessi cambiato destinazione, questo diario non avrebbe avuto più ragione d’esistere. Invece così rimarrà senza aggiornamenti per due mesi e mezzo poi, da metà luglio, riprenderà la sua funzione. Il tirocinio, come previsto dal bando Leonardo, dovrebbe durare 24 settimane a partire dal 01/09, concludendosi perciò il 15/02. Siccome il sottoscritto dovrà consegnare la tesi, probabilmente, i primi di marzo, e siccome 15 giorni sembrano pochini per scrivere una tesi, ho provveduto a prendere accordi segretissimi con alti dirigenti della Securitate rumena. Da questi accordi risulta che, mentre i la lettera di accettazione destinata a Roma riporta il periodo di tirocinio 01/09-15/02, il contratto che rimane qui riporta la data 15/07 – 30/12. Sempre di 24 settimane si tratta ma con uno shift di un mese e mezzo che dovrebbe permettere i tempi tecnici (benché stretti) di redazione tesi.

            Tutti i tasselli vanno in ordine: una piccola (mica tanto) rinuncia per dar spazio a quello che più mi interessa. Ora manca solo una cosa: trovare un modo per far tornare anche Giusy. Ci penseremo.

            Quanto agli aggiornamenti perdonatemi ma proprio non ce la faccio. Come ho scritto, passo le giornate con l’equipe e poi, fuori dall’orario di lavoro, passo dai ragazzi che non ho visto perché altrimenti rischierei di perdere il contatto. Adesso vedrò di riprendere un po’ i ritmi anche perché di questo passo scoppio. Perdonate eventuali errori o frasi senza senso ma non ce la fo a rileggere.

Buona notte.




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9 aprile 2004

IL SORRISO DI MARICICA

Che bel sorriso ha Maricica! Sorride parlando al telefono con “delle persone che l’hanno aiutata molto”, per fare gli auguri di Pasqua. È educata, si vede che cambia registro, incrocia le gambe, ha un atteggiamento di chiusura che, nei canoni comuni, si addicie ad una signorina “da bene”. Dall’altra parte del cavo non la possono vedere ma è istintivo cambiare registro sia nel linguaggio parlato che in quello del corpo. Sorride e con gli cocchi si guarda intorno. Non sembra quel capo che, con le gambe larghe, ben piantato sul terreno, fissa torvo il ragazzo che non obbedisce. Ha il naso rotto, le labra sporche di Bronz, ma è bella a vederla così. Fa ancora più male al cuore.




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9 aprile 2004

Un altro florin

Non trovo nessuno dei ragazzi ad Universitate. C’è un ragazzo che conosco di vista: fissa un cartellone pubblicitario. Non è di quella zona. Mi metto affianco a lui e fisso il cartellone. Mi guarda, gli sorrido. Mi spiega che è bella quella pubblicità anche se si capisce che quel viaggio non lo vincerai mai mangiando uno snack. “Quanti anni hai –mi chiede- 23!? Sei un anno più vecchio di me”. Ci presentiamo. Mi dice il suo nome ma non capisco nulla. Glie lo chiedo un'altra, mi elenca una serie di nomi interminabile. “Sì ma io come ti devo chiamare?”. Ripete la filastrocca di nomi. Non sono rumeno, sono nato qui ma sono ungano, i miei sono emigrati qui. Parla veloce e sbiascica le parole. Mi spiega minuziosamente come distinguere i vari tipi di autobus, troleibus e tram. I più vecchi, i più recenti. Ce ne sono di ungheresi o di italiani. Qualcheduno è prodotto in Romania ma sempre da ditte ungheresi o italiane. “Italiani ed ungheresi vogliono collaborare”. Parla tantissimo, capisco pochissimo. Ad ogni autobus che passa mi fa notare un particolare nuovo. Poi passiamo a parlare delle macchine piccole (che le ditte ungheresi non possono produrre perché pensate per produrre macchine grandi come autobus e camion). La Ferrari, la Lamborghini, la dacia che ormai nei nuovi modelli è prodotta in parte da ditte straniere. Da qui Ceausescu: ai tempi suoi non era così, si producevano meno macchine ma erano migliori. Lui lo hanno fatto fuori perché un tale ha messo in giro la voce che faceva affari strani con gli stranieri. Non si fa così, certe notizie vanno verificate: avrebbe dovuto chiederlo al conducator stesso. La gente si è sollevata perché voleva i prodotti occidentali, l’elettronica. C’è gente che ha ancora televisori di 25 anni fa che funzionano benissimo, però la maggior parte delle persone vogliono i prodotti nuovi e perciò anno fatto fuori Ceausescu. I paesi stranieri hanno mandato intenzionalmente aiuti per far vedere alla gente quanto fossero belli i loro prodotti, per convincerli a fare la rivoluzione. E adesso l’abbiamo fatta: ecco i risultati. Parlando infila particolari sulla sua vita, non sembra seguire un filo logico ma forse è perché capisco ¼ di quello che dice. Ho capito che è nato a Brasov. Poi si è trasferito in un'altra città, in una garsoniera. Ha 7 sorelle (di cui tre malate di mente), un fratello, primogenito, è morto da molto piccolo. Era troppo costoso avere una garsoniera. I suoi hanno deciso di trasferirsi in una “casa” (vuole dire in campagna). Però quando ci si è abituati alla città… sì in campagna c’è l’aria pulita però la città… così lui ha lasciato i suoi ed è venuto a Bucarest; aveva 10/11 anni. È stato in diversi istituti. Ora è a militari (così dice ma io lo vedo spesso nel metrò di Unirea).

            Avremo parlato più di un ora (ha parlato). Alla fine me ne vado io, altrimenti lui sarebbe ancora lì a parlare. È un tipo curioso, interessante. Mentre ci salutiamo mi richiede il mio nome. Senza speranze gli richiedo il suo. “Florin”. Florin? Come solo Florin? OK Un altro florin della strada.




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5 aprile 2004

LA PORTA SUL SOFFITTO

“Una casa con la televisione, il bagno, pulita… e senza porta sul soffitto”, così l’altra sera Maricica descrivendo la casa dei suoi sogni. La “porta sul soffitto” è il tombino: porta di casa per chi vive in canale.




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5 aprile 2004

PURE PEDOFILO

Cominciano ad esserci problemi con la gente ad Universitate. Ieri abbiamo incrociato un tipo che se ne è uscito: “Ehi Pedo! Pedofilo”. Io sono andato a chiedergli se ci conoscevamo. Quello ha fatto un po’ lo sbruffone, ha detto che mi conosceva bene: me e i miei amici (?). Quando gli ho chiesto se sapesse cosa significa Pedofilo mi ha detto –in tono di burla- che credeva mi chiamassi “Pedo”. La conversazione si è conclusa con reciproci apprezzamenti sui morti delle rispettive madri. Forse ha ragione Giusy: dovrei lasciar correre certe cose, per fare delle buone osservazioni bisognerebbe dar meno fastidio possibile. Bisognerebbe essere trasparenti, il fatto è che non lo siamo. La gente comincia a chiedersi cosa facciamo tutto il giorno con questi bambini, Universitate –come Gara de Nord, è terreno di caccia per i pedofili stranieri: il dubbio è lecito. In realtà chi nella piazza vive sa che non siamo pedofili: non credo che si comportino come noi. Al contrario forse qualcuno comincia a scocciarsi della nostra presenza. Ci domandiamo come faccia un pedofilo straniero che non parla la lingua e non conosce la città a contattare dei ragazzini disposti ad andare con lui. Ci sono degli intermediari? Chi sono? Forse proprio qualcuno degli adulti che sono sempre in piazza. Per quelle persone un estraneo, uno straniero, che è sempre in giro ad osservare, a fare domande è un potenziale pericolo.

         Vedremo come va, senza Giusy è ancora più probabile che mi prendano per pedofilo: l’aspetto poco raccomandabile c’è.




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5 aprile 2004

UN ALTRO MESE, O PIU'?

Ho provato a chiamare Leo di Salvati Copiii: non l’ho trovato. Questo mese andrò con lui in strada, ad Universitate ed in altre zone. Conosce abbastanza bene i ragazzi di Universitate. Ci ha confermato che Universitate è una zona abbastanza particolare. Temo che un altro mese non sia molto. Stò meditando il modo di tornare, per un periodo più lungo. La possibilità c’è. Dovrò rinunciare a qualcos’altro… ma di questo parlerò domani quando avrò notizie più sicure.




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5 aprile 2004

SOLO

Giusy oggi è rientrata in Italia. Ora potrò tagliarmi la barba nel lavandino, abbandonare in giro i miei calzini sporchi… insomma tornerò allo stato brado che mi è consono.

            Il mese che ancora manca, prima che rientri anche io, non sarà uguale agli altri. A parte le ragioni sentimentali, mi mancherà la sua presenza in strada. Giusy sa capire meglio gli stati d’animo delle persone, i ragazzini più piccoli –soprattutto Gabi e Radu- vedono in lei un po’ una mamma, per Maricica è un amica. Qualche problema c’è stato: i più grandicelli hanno gli ormoni che sprizzano da tutti i pori e Giusy ha faticato a tenerli a bada.

            Ho provato a chiamarla ma non è raggiungibile. Ad ogni modo dovrebbe essere arrivata a Padova. Il prossimo mese sarà più duro per lei che per me. Avrà da sbobinare le interviste e cominciare a scrivere la tesi.

            È strano anche scrivere i post da solo… un po’ mi manca




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4 aprile 2004

MALEDETTO METRO

Solo due righe su quello che è successo questa sera. Giusy ha preparato dei ricordini per i ragazzi che abbiamo frequentato di più: per Vali, Radu e Gabi il regalo consiste in un coniglio di cioccolata, una scatola di colori ed un blocchetto di fogli colorati con dedica personalizzata; per Maricica in una maglietta con una foto che si erano fatte assieme stampata sul davanti. Giorgio aveva visto Maricica nel pomeriggio e le aveva promesso che saremmo tornati ma di lei, a sera, non c’era più traccia. Florin (di lui non abbiamo mai parlato: circa 20 anni) ci dice che è andata a portare da mangiare ad una donna (?) e che ancora non torna. Rimaniamo a chiacchiere con lui: dorme con Maricica nel gazebo dei fiori, l’inverno nel canale a Unirea o dove capita. Non lo abbiamo mai visto drogarsi. Parliamo dei festeggiamenti per l’entrata della Romania nella NATO.


            Decidiamo di andare a prendere l’ultimo metro. Incontriamo Gabi e Ionut che chiedono soldi al solito semaforo. Giusy si è dimenticata di Ionut nel fare i regali. Domani rimedierà. Stiamo un po’ a giocare con loro. Ionut fruga nelle tasche di Giorgio: trova solo fazzoletti sporchi. Florin lo sgrida e dice a Giorgio di non lasciargli fare così. Poi Florin dice qualcos’altro a Ionut e assieme a lui va via. Gabi chiede a Giusy se è arrabbiata con lui per ieri sera. Lei dice che un po’ è arrabbiata però gli ha fatto un regalo. Gli da il regalo. Gabi è imbarazzato. La abbraccia e la bacia. È commosso, noi gli diamo appuntamento per domani e ce ne andiamo. Le chiede se ha fatto già il regalo a Radu.


            Nel metro incontriamo Maricica: barcolla, ci dice di star male, ci chiede di avvertire Iuliana che domani non potrà andare all’appuntamento. Iuliana lavora con Parada, conosce Maricica da dieci anni, da quando era a Salvati Copiii. Venerdì (mentre Parada era in festa per l’inagurazione del Centru de zi) lei si è incontrata con Maricica. Lo abbiamo saputo solo la sera dalla stessa Maricica. Da diversi giorni quest’ultima sembrava in riflessione: passava le giornate seduta nel gazebo sul bancone dove dorme. Venerdì sera sembrava moderatamente contenta.


            Dopo averci detto queste parole, gira dall’altra parte della colonna e si mette a sedere. Piange. Giorgio si allontana e la lascia sola con Giusy. Maricica ripete più volte che Parada l’ha distrutta, che lei ora è così per colpa di Parada. Giusy tenta di dirle che forse non è così, che se non fosse per Parada forse ora la sua vita sarebbe peggiore. Lei non è d’accordo e chiede se non è ora che andiamo a casa. Giusy allora le dice che è venuta per salutarla e che ha un regalo per lei. Quando vede il regalo è stupita. Sorride e si emoziona. Le due si abbracciano e piangono assieme. Passano due impiegate del metro, Maricica le chiama e mostra loro il regalo. Chiede a Giusy di portare domani la foto perché possa scrivere una dedica.


            Chiede dove sia Giorgio: è dietro la colonna e si avvicina non appena chiamato in causa. Parliamo un po’. Si è convita ad andare all’appuntamento con Iuliana: vuole mostrarle la maglietta. Per lei è un punto di forza avere comunque delle persone che tengano a lei e userà questa cosa contro Iuliana. Ci dice scherzando che avremmo dovuto scrivere sulla maglietta: “Boschetari di piazza Universitate”. È commossa: “non credevo che avrei più avuto amici”.


            Nella foto c’è anche il gazebo dove dorme. Ci dice che se non sapessimo dove andare a dormire lì avremmo un posto. Noi le rispondiamo che speriamo non sia più lì la prossima volta che torneremo. Allora lei racconta che spera di avere una garsoniera, “dipende da Iuliana” dice. Giorgio sente un rumore e si affaccia per vedere se sia il metro. Lei ci dice di non preoccuparci: “Noi abbiamo l’orecchio abituato a capire da che parte va il metro, a forza di vivere qui… Le diciamo che ci aspettiamo di essere suoi ospiti in una casa vera. Promette di sì, poi pensa ed aggiunge che Iuliana aspetta questo evento da otto anni. Le chiediamo se conosce Iuliana da otto anni. Risponde che la conosce da molto di più: dal 1993/94. “Sei in strada da così tanto tempo?”.


“Sono in strada dal settembre dell’89. Ho fatto la rivoluzione, ero proprio qui a Universitate. Ricordo che mi ha morso un cane qui, sotto al ginocchio. Poi nel 91/92 ho conosciuto Miloud. Era capodanno quando è venuto la prima volta…”


 ROARRRRRRRRRRRR! Arriva il metro. “Presto! Sbrigatevi: è l’ultimo!”. Non sappiamo che fare: vorremmo rimanere ma non sappiamo trovare una scusa. Corriamo via, giù per le scale mobili, Maricica urla all’indirizzo del capotreno: “Stai asa!” è una sensazione stranissima: lei è del sottosuolo, ne conosce i rumori, i tempi, dialoga con gli attori di quell’ambiente come un estraneo non saprebbe fare, essi la conoscono. L’urlo roco con cui intima al capotreno di aspettarci risuona nell’ampia cubatura della stazione sotterranea. Sortisce il suo effetto. Prendiamo il treno mordendoci le mani e pensando che, forse, quella storia non finirà più di raccontarcela.


            Ad ogni modo domani mattina (ormai tra qualche ora) saremo ad Universitate e la caricheremo un po’ per l’incontro con Iuliana. Chissà che la sua storia non finisca di raccontarcela tra qualche anno, con in mano non più la bustina della aurolac ma una tazza di tè?




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30 marzo 2004


Ahi ahi ahi! Non scriviamo più! Siamo tutto il giorno per strada: Giusy torna lunedì in Italia e dobbiamo ancora fare un po’ di interviste ai ragazzi. Difficile. Forse domani riusciremo a scrivere qualcosa.

            A maggio tornerà anche Giorgio. C’è un’idea nell’aria… se dovesse realizzarsi ne parleremo: scaramanzia!

 




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27 marzo 2004

Senza cannuccia

Andando al teatro dell’opera incontriamo ad una fermata dell’autobus Gabi, Vali Grasul, Ionut e il bambino che abbiamo visto con loro anche l’ultima volta. Non abbiamo tempo di parlare con loro perché salgono su un autobus. Fanno finta di non vederci, solo il bambino di cui non ricordiamo il nome ci vede e ci saluta più volte dall’autobus. È strano che non li abbiamo più visti ad Universitate.  Proprio questa mattina ci chiedevamo se qualche pedofilo non li avesse portati via per qualche giorno (pare che alcuni stranieri affittino una casa e ci portino per il loro soggiorno dei bambini). Invece eccoli qua. Il fatto che ci sia con loro Ionut significa che quantomeno passano ad Universitate: Ionut era mercoledì con noi e Radu ad Universitate.




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27 marzo 2004

Una passeggiata a Piata Unirii

Oggi pomeriggio dovevamo vederci con alcuni ragazzi davanti al teatro opera per giocare a pallone, come sabato scorso. Complici le avverse condizioni meteo, abbiamo ricevuto una buca clamorosa da tutti (di strada e non) perciò siamo rimasti a palleggiare noi due nello spiazzo deserto.

            In mattinata siamo stati ad Universitate. C’era un’animazione nel sottopassaggio: un clown di Mc Donald faceva giocare dei bambini, raccontava storielle. C’era musica ed un po’ di gente si era assiepata attorno alla scenetta. Tra il pubblico scorgiamo Maricica, Radu ed un ragazzo che non conosciamo. Quando ci vede, Radu si mette a ballare con Giusy. In questi ultimi tempi è più agile del solito. Ha caldo e si spoglia, rimane in camicia. Ci presentiamo con il ragazzo che ci da la mano ma non ci dice il nome. Poi la musica finisce. Radu chiede al ragazzo nuovo un po’ di colla, questi sembra acconsentire, Radu corre a cercare un sacchetto -non prima però di averci portati entrambi a dare la mano al pagliaccio che se ne sta andando. Arrivano due giovani ben vestiti e chiedono dove sia Vali grasul. Dicono che è scappato di casa. Chiedono al ragazzo nuovo che non sa nulla: non è di lì, dice (ci pare spieghi di stare a piazza Unirii). Allora chiedono a Radu che, spaventato, li porta a parlare con Maricica. Maricica racconta che non sa dove sia Grasul, che non sa dove dorma, che gli ha detto più volte di tornarsene a casa. Radu torna con una bustina e chiede al ragazzo che glie lo aveva promesso un po’ di aurolac. Questi gli fa cenno di andare fuori e gli dice qualcosa. Radu ci chiama e ci fa segno di seguirlo. Appena salite le scale il ragazzo gli versa un po’ di Bronz nella bustina. Chiediamo a Radu dove si vada: “Al parco di Unirii”,ci risponde. Per strada Radu trova una mezza farfalla di metallo. Decide di farne dono a Giusy legandola saldamente ad un laccio della giacca di questa. Durante tutta questa operazione restiamo fermi mentre il ragazzo di Unirii continua a camminare: lo perdiamo. Arriviamo fino ad Unirii, Radu si dirige verso una signora giovane che chiede l’elemosina davanti ad un supermercato. Ci fa cenno di aspettarlo. Vediamo che parla con la donna, ci sembra che le chieda di Cocuta (ragazzina che quest’anno abbiamo visto solo una volta di sfuggita, ci pare viva in canale ad Unirea), che dica alla signora di dirle che la sta cercando. Quando torna da noi, spieghiamo a Radu che non possiamo stare ancora molto, che tra una ventina di minuti dobbiamo tornare verso Universitate. Fa cenno affermativo con la testa, andiamo avanti ancora una decina di metri, si ferma, allunga la testa per guardare verso l’entrata del metrò, si gira e ci fa cenno di tornare indietro. Tornando si ferma da una fioraia che sembra conoscere e che chiama “mammina” (qui è abbastanza comune). Le chiede qualcosa ma quella lo scaccia arrabbiata. Andiamo sull’altro lato della strada. Radu si ferma a guardare dei televisori esposti in vetrina. Ci è capitato già un’altra volta di vederlo fermarsi allo stesso negozio. Guarda le immagini colorate e aspira aurolac. Rimane lì qualche minuto. Probabilmente è così assuefatto al toluene da non avere più allucinazioni. Forse le immagini che vede lo attraggono di per sé.

            Arrivati ad Universitate, Radu ci saluta e ci dice di andare alla fontana: lui ora ha da fare ci raggiungerà più tardi. Aspettiamo un po’ alla fontana ma dobbiamo andare via: abbiamo appuntamento con gli altri per la partita di calcio.    

 




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25 marzo 2004

PRENADEZ CON CANNUCCIA

Stanno succedendo così tante cose in questi giorni che fatichiamo a ricordare quando un episodio sia accaduto. Oggi abbiamo fatto due interviste molto interessanti a due ragazzi. Martedì mattina (almeno ci pare) abbiamo incontrato per pochi minuti Gabi, Vali grasul ed un altro ragazzino che avevamo conosciuto l’anno passato ma di cui non ricordiamo il nome. A parte il ritorno di Grasul, c’è da segnalare una modalità di assunzione della droga che non avevamo mai visto. Sia Gabi che Grasul aspiravano il prenadez con una cannuccia infilata nella bustina. Davvero singolare.

            Grasul, con il suo fare odioso, ci ha subito chiesto soldi. Il nostro vocabolario di ingiurie in rumeno è abbastanza fornito per queste evenienze.




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25 marzo 2004

COME IN UN FILM

Mattina al Centru de Zi sera in strada. Troppo da raccontare e troppo poco tempo per scrivere. Lasciamo per quando avremo un po’ di tempo tante cose che potrebbero essere interessanti. Oggi raccontiamo solo di una scenetta nella quale c siamo ritrovati immersi ieri sera. Sembra tratta da un film di Kusturica. Siamo seduti su una panchina alla fontana, con noi ci sono Maricica, Ionut, Vali e Radu che gironzola lì attorno alla ricerca degli ultimi 10 000 lei che servono a Maricica per comprare un barattolo da 500 gr di Bronz (da 80000 lei). Ad un tratto vediamo arrivare da una strada laterale un gruppo di persone. Maria (quella che aveva mal di denti e doveva venire con noi da Medici senza Frontiere). Con lei un’altra ragazza –incinta- e quello che immaginiamo essere il marito. Una signora di mezza età, capelli ossigenati, ciabatte, fazzoletto in testa e qualche dente d’oro a luccicare dalla bocca. Un altro giovane tozzo e dalla carnagione scura. Un bambino in bicicletta. A completare il quadretto due cani. I vari personaggi oltrepassano le transenne dei lavori in corso in svariate maniere, chi da destra, chi da sinistra, il bambino ed i cani da sotto, cosicché ci arrivano attorno da più direzioni. Il presunto marito porta in spalla un grosso stereo dal quale proviene manele a tutto volume. Posa lo stereo su una panchina e lo controlla con il telecomando. La moglie si siede affianco dello stereo e comincia a vomitare. Maria balla, si siede in braccio a Giorgio, mostra soddisfatta l’ascesso perenne che le gonfia la guancia, torna a ballare. La signora ed il giovane tozzo si avvicinano a Vali, la donna implora il ragazzino di tornare a casa “Che cerchi qui con la droga?”, “Drogato!” gli dice il giovane: probabilmente il fratello maggiore. Ce l’hanno con Gabi, responsabile di portare Vali sulla strada o, più probabilmente, di portarlo a prostituirsi. “Gabi succhia il cazzo! Tu che fai? Lo segui?”, chiede il fratello. La madre racconta, a questo punto un episodio che non siamo riusciti a capire se sia riferito a Vali o a Gabi: “l’altro giorno uno straniero lo ha portato in un bosco, non so dove, e lo ha fottuto in culo ed in bocca”. Intanto Maria ha preso dell’acqua per la gestante, il marito gioca con la cagna e scopre che è incinta: “ehi! Abbiamo due gravide!”. Madre e fratello maggiore tentano di far prendere le chiavi di casa a Vali. Quest’ultimo continua a tirare dalla busta, sembra imbarazzato ma non spaventato, né dalla madre né dal fratello. La madre si rivolge a Maricica: “Dove ha dormito? Ti prego di non riceverlo quando ti chiede di dormire con te!”. Maricica si affretta a precisare che “non so dove abbia dormito. Io ho dormito qui ma lui non c’era”. La madre ancora: “Non mi importa che voi grandi vi droghiate, ma lui no!”. Nel frattempo il fratello continua ad insultare Vali riguardo al fatto che se continua a seguire Gabi farà una brutta fine poi lo schernisce perché porta una borsa da donna. L’atteggiamento cambia quando Vali estrae una batteria di cellulare e la mostra al fratello. Si avvicina anche il marito della gravida ed i due giovani si mettono ad analizzare l’oggetto che –pensiamo noi- non funziona correttamente, dimenticandosi di Vali. La sceneggiata continua ma la tensione attorno a Vali va un po’ scemando, la madre gli dice ancora qualcosa (non sappiamo cosa) e per sottolineare ciò che dice si alza la gonna davanti al figlio. Poi la donna si mette a giocare con il cane. I membri della “spedizione di recupero” sembrano conoscere bene i ragazzi del gruppo. Noi non capiamo più niente perché attorno a noi hanno luogo contemporaneamente diverse scenette tutte surreali. Il clima è sereno anzi: allegro. Non sembra che si tratti di una madre che va a recuperare il figlio scappato di casa per drogarsi e, forse, prostituirsi. Sulle nostre facce si leggeva sicuramente un genuino stupore, Maricica, infatti, vedendoci attoniti ci fa: “Questa è la Romania”. La madre a questo punto chiede: “Perché? Sono stranieri?”. Un brivido ci percorre la schiena: visti i precedenti, per la donna, “stranieri” potrebbe essere uguale a “pedofili”. Sillogismo: se gli stranieri che frequentano i bambini sono pedofili e questi due tipi (noi) sono stranieri nonché, evidentemente, frequentatori di bambini allora questi due tipi… le prendono di santa ragione! La reazione della signora è stata in linea con tutta la situazione: “Ha sono Italiani?! Scusatemi allora, scusatemi!”. Siamo Italiani, e allora? Perché ci chiede scusa? Per la scena? E se fossimo stati Rumeni? Boh!?

            La scena continua ancora un po’, Ionut sfida il bambino in bicicletta a fare il giro della fontana seduto sul portapacchi, Vali viene da noi per fare le solite battutine a Giusy, Maria ci racconta di quando è stata in ospedale ed il cane la cercava… Poi, come è venuta, la comitiva riprende la stessa strada e sparisce. Sentiamo la musica manele allontanarsi, Vali, che sembrava intenzionato a rimanere, se ne va con loro senza fare storie ma continuando ad aspirare dal suo sacchetto.     

            Quanto abbiamo scritto, probabilmente, non rende l’idea di quello che è successo. Ci viene da ridere a pensarci. Questo è quanto di più  assurdo possa accadere: ridere della tragedia che vivono questi ragazzi e le loro famiglie. Del resto è anche la loro reazione.




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23 marzo 2004

IL DONO

Forse un giorno riusciremo a scrivere di quello che è accaduto sabato pomeriggio. Ed anche di domenica e lunedì. Si aggiungono pezzi al profilo di Stefan. Ma ora saltiamo avanti. Senza fare la cronaca della giornata di oggi –troppo lunga- portiamo solo una riflessione. Ci è stata suggerita da George Roman di “Salvati Copiii” (Save the Children). Siamo stati in questa fondazione nella mattina. Non ci eravamo messi in contatto con loro. Ci hanno accolto cordialmente, ci hanno spiegato come lavorano, i cambiamenti che hanno registrato in 14 anni di presenza in Romania. Senza nulla togliere alle altre fondazioni, che svolgono un lavoro encomiabile, ci sembrano gli unici che adottino una metodologia di valutazione ed intervento che permetta di aver chiari allo stesso tempo problemi, obiettivi e mezzi e di mantenere una netta distinzione tra essi. Questa è solo una nostra opinione "a pelle": non abbiamo studiato il funzionamento di nessuna delle fondazioni con le quali siamo venuti a contatto né ci interessa più di tanto farlo. Ad ogni modo ci hanno dato un sacco di materiale bibliografico: ricerche scientifiche (a giudicare dagli indici, anche molto interessanti), non brossure pubblicitarie,  in Inglese ed in Rumeno.


             Nella lunga chiacchierata che ci ha concesso, Roman ha notato come i ragazzi di strada siano capaci, oltre che di una violenza che a volte sembra inaudita, di atti di generosità gratuita improbabili da vedere in altre categorie di persone. È una cosa che abbiamo notato più volte. Soprattutto Radu spesse volte regala del cibo o sigarette agli altri. Lo fa anche quando gli altri gli hanno appena fatto dei dispetti e, spesso, essi continuano anche dopo, lui risponde, litiga, ma ciò non pregiudica il suo dono. Ci siamo domandati più volte da cosa fosse determinato questo comportamento: un accordo a noi sconosciuto (cibo in cambio di colla o altro)? La subordinazione di Radu rispetto agli altri elementi del gruppo?

Oggi -dopo che Radu ha porto festante a Vali un sacchetto di Mc Donalds contenete patatine ed un panino morsicato- abbiamo pensato a Mauss. Marcel Mauss nel suo “Saggio sul dono” confuta (almeno così ci pare di ricordare) la tesi secondo la quale, prima dell’avvento del denaro, gli scambi erano regolati dal baratto. Questa forma di scambio sarebbe infatti troppo complicata e sarebbe difficile stabilire in maniera equa il valore di merci (o peggio servizi) di natura diversa. Secondo l’illustre sociologo, nelle società pre-monetarie, gli scambi sarebbero stati regolati dal dono. Per dono non si deve intendere “dono disinteressato” ma semplicemente la resa di un bene o servizio che non pretende un ritorno immediato e definito ma che presuppone semplicemente un comportamento analogo da parte degli altri individui. Speriamo di aver reso decentemente il concetto senza allontanarci troppo dalla formulazione originale.


            L’ipotesi è che parlando della cultura dei ragazzi di strada si parli di una cultura sub-monetaria e sub-commerciale. La loro sopravvivenza è basata sul furto, sull’elemosina e sul dono come rapporti con il resto della società. Tra di loro convivono sia il dono che il furto. Roman ci ha spiegato come non esista la proprietà privata in strada. Ci è parso invece di notare che la nozione di proprietà sia presente nei ragazzi di strada. La sua evidente debolezza ci sembra da attribuire all’assenza di strutture chiuse e delimitanti (di tipo fisico: case e di tipo sociale: norme) che possano difendere la proprietà.


            Per ora è solo un idea ma ci sembra un item importante da tenere in considerazione nella prossime osservazioni e nelle interviste.


            Questa sera una bella sorpresa: scaricando la posta, abbiamo trovato un’e-mail di Gerardo Lutte. Gli avevamo chiesto consiglio qualche tempo fa. Ci indica alcune ricerche sulle ragazze ed i ragazzi di strada del Guatemala pubblicate sul sito della “Rete di amicizia con le ragazze ed i ragazzi di strada”. Ci sembrano interessanti.      


            Trovate i link con la “Rete di amicizia” e con “Salvati copiii” sotto vai a vedere (a destra in questa pagina).




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22 marzo 2004

BOSCHETTARI

Alla fermata dell’autobus incontriamo un ragazzo grande in impermeabile blu. Ci saluta. Non ricordiamo chi sia e dove l’abbiamo incontrato. Ormai conosciamo (o siamo conosciuti da) moltissimi ragazzi di strada e finiamo per salutare chiunque abbia l’aria di esserlo. Dopo che Giusy ha preso l’autobus, mi avvio con il ragazzo verso Universitate. Gli racconto di avere un appuntamento alle 3 con degli amici al Cismigiu. Lui dice di avere anche lui un appuntamento al Cismigiu alle 4 con degli amici con i quali andrà allo stadio il giorno seguente. Racconta di essere un grande tifoso dello Steaua, che domani ci sarà il derby con il Rapid, che però la sfida importante sarà la prossima settimana: il derby con la Dinamo. Racconta che è stato anche in trasferta a Brasov, che il presidente ha pagato biglietto e trasporti per avere più tifosi al seguito… Arrivati ad Universitate, mi fermo ed il tipo continua verso il Cismigiu.

            Sono circa le 14:15. Cerco Maricica ma non la trovo. Nel boschet di fronte al TNB vedo sdraiato un ragazzo che viene a Sft Macrina: Alin Chieltonica. È un tipo molto particolare, con diversi tatuaggi e scarificazioni, sa fare il giocoliere ed alcuni esercizi acrobatici piuttosto impegnativi (fa 4/5 flic consecutivi ad esempio). È un personaggio estremamente interessante per comprendere la pratica delle scarificazioni. Questa è comunemente bollata come autolesionismo e/o autopunizione (così ci ha detto anche P. Vinci, uno dei salesiani di Costanza). Pur essendo questa una spiegazione plausibile vacilla quando ci si trova di fronte ad un ragazzo che sembra avere una certa attenzione al proprio corpo. L’infliggersi ferite, infatti, può anche essere letto non come avvilimento del proprio corpo bensì come esaltazione, abbellimento di esso. In questo caso l’ultima ipotesi sembra corroborata dal fatto che questa pratica è messa in atto da un soggetto che si tatua e fa ginnastica: due pratiche chiaramente dirette a modificare in senso positivo (perlomeno nelle intenzioni del soggetto) il proprio corpo.

            Ad ogni modo Alin dorme di gusto. Decido perciò di sdraiarmi a qualche metro da lui sperando che si svegli e mi veda. Magari potrei proporgli di venire con me nel pomeriggio. Sto quasi per addormentarmi quando arriva Radu. Ha in testa di nuovo il cappello da donna e pota in braccio lo scatolone con sopra il sacco con i cappotti. Si mette a sedere a fianco a me. Mi spiega che quei bastoncini di plastica proprio non sono adatti. Ora sta rompendo l’intelaiatura dell’ombrello e vi ricava dei ferri che sembrano più adatti a fare la maglia. Anche con il mio aiuto non riesce ad iniziare. Si rassegna perciò a continuare come faceva all’inizio: un ferro ed un dito. Sto con lui per un po’ poi è ora di andare, Alin dorme beato, saluto Radu e vado.

            Quel che succederà di lì a poco merita di essere raccontato con calma, come anche quello che succederà lunedì.

 

 

 




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22 marzo 2004

FARE LA MAGLIA IN STRADA

Tentiamo di riprendere le fila del racconto. Sabato. Arrivo a Universitate attorno alle 12:30. È una bella giornata: sembra essere definitivamente arrivata la primavera. Inizialmente non vediamo nessuno. Decidiamo di andare verso il TNB. Radu ci rincorre e ci chiede perché non lo abbiamo salutato, è offeso dal fatto che lo abbiamo ignorato. Indossa una giacchetta nera che non gli abbiamo mai vista ed un buffo cappello da donna. Andiamo a sederci con lui su una panchina alla fontana. Ci mostra un cartone nel quale custodisce bastoncini di plastica, un ombrello rotto, un pezzo di tappeto e gomitoli di cotone. Di lì a poco arriva Vali, è vestito abbastanza bene anche se sporco. Ansieme a Radu va a prendere un bicchiere di te. Radu ci da mandato di vigilare sul suo cartone. Quando tornano Radu ci assegna i posti sulla panchina. Vali è ad un estremo, al fianco di Giorgio, Radu all’altro, vicino a Giusy. Vali ha messo dei crostini all’aglio a mollo nel suo tè a mo’ di biscotti. Fa lo stupido: da fastidio a Giusy, fa le solite battutine stupide, si soffia il naso ed impiastriccia con il suo muco i pantaloni di Giorgio. Quest’ultimo mostra di essere arrabbiato e comincia ad ignorarlo. La tattica sortisce dei risultati: dopo qualche altra stupidaggine accolta dalla più completa indifferenza, Vali cambia atteggiamento, si rende conto di aver esagerato. Tenta di riprendere la comunicazione con argomenti più seri. Dice che martedì si potrebbe andare tutti al parco Cismigiu a far le foto. C’è un uomo che gira con la macchina fotografica, si fa pagare 10 000 lei per ogni foto. Ci dice che lui andrà a casa a cambiarsi d’abito per l’occasione. Dice a Giorgio che deve vestirsi bene anche lui. Aggiunge che, se anche Radu si veste bene, si può fare una foto anche lui.

            Frattanto Radu sta iniziando Giusy all’arte della “maglia di strada”.  Dal cartone estrae dei bastoncini di plastica del diametro di circa un centimetro e delle matasse di filo. Vorrebbe usare i bastoncini per fare la maglia. Non vi riesce molto bene: si adatta ad usarne uno solo e a girare il filo attorno con un dito. Spiega a Giusy come fare e le dice che vuole farsi una fascetta da mettere in testa. È piuttosto abile in questo lavoro. Gli chiediamo dove abbia imparato. Ci dice: “La croitorie” (alla sartoria). Quando gli chiediamo se abbia lavorato in una croitorie ci dice però di no: che ha solo imparato. Fa notare di essere più abile di Giusy, dice di essere abituato, che per lui è molto facile. Ci racconta che a casa, in soggiorno, avevano tanti gomitoli di diverso colore, ci fa vedere lo spazio che occupavano: circa tre metri. Ad un tratto si alza, estrae dal “cartone delle meraviglie” un pacchetto di sigarette prende Giusy per una mano e la conduce alla fontana. Nel pacchetto di sigarette c’è un sapone: invita Giusy a lavarsi le mani, poi lo fa anche lui. “Per fare certi lavori -ci spiega- bisogna avere le mani pulite”. Spedisce anche Giorgio a lavarsele.  

            Vali ci dice che deve andare via, a casa. Intanto arriva Gabi con un altro ragazzino che non abbiamo mai visto. Quest’ultimo inala colla da un sacchetto di patatine. Questa pratica è descritta da diversi autori che parlano del sacchetto di patatine vuoto come tipico contenitore per gli inalanti a base di toluene. In realtà è la prima volta che a noi capita di vederlo. Gabi ha una tuta da sci verde, pulita, deve averla messa da poco. È poco adatta al clima ma lui non sembra curarsene. Passa un vigile urbano e si mette a sfotterlo: gli fa vedere i muscoli gli grida qualcosa. Quello appena si gira a guardarlo. Poi Gabi dice che ha da fare e deve andare via. Gli chiediamo dove, ci risponde: “a casa da me”. Vali va via con Gabi e l’altro bambino, non prima d’averci ricordato l’appuntamento di martedì. Ci colpisce il fatto che usi la formula “a casa”. Pensiamo che possa intendere per “casa” la “groapa”. Stiamo perciò un po’ a guardare dove vanno. Siccome indugiano dietro dei cespugli dall’altra parte della strada e rischiamo di perderli, Giorgio decide di seguirli. Malgrado ciò si volatilizzano. Sono andati verso il parcheggio che c’è tra l’hotel “Intercontinetal” e il “Teatro dell’Operetta”. Giorgio, più tardi, andrà anche a vedere “in groapa” se per caso fossero andati lì, ma non li troverà.

            Nel frattempo Radu ha lasciato Giusy a custodire il suo cartone. Quando torna ha un sacco pieno di vestiti puliti che gli ha dato una fondazione. Lascia a Giusy anche il sacco e va a pisciare dietro l’angolo. Tornato decide di cambiarsi: estrae dal sacco tutti i vestiti, si spoglia e si veste a strati con tutti i vestiti tranne i cappotti. Si lascia addosso, dei vecchi vestiti, solo le due paia di  mutande: devono avergliele date da poco, di solito non ne porta. Indossa 3 paia di pantaloni, 5 magliette e un piumino. Mette anche un bel paio di scarpe da ginnastica. Nel sacco lascia due cappotti nuovi nuovi. Non si vergogna di spogliarsi in piazza, tanto meno davanti a Giusy,alla quale anzi spetta il compito di assistente alla vestizione. Il solito vigile di passaggio gli chiede se non si vergogni e lui sorridendo alza le spalle. Giorgio torna a vestizione appena completata. Radu va a nascondere il sacco dietro un banchetto di libri. Gli diciamo che, se non fosse per il sacchetto, sembrerebbe un bravo ragazzo, così vestito. Lui ci scherza su. Malgrado l’abbigliamento invernale dice di sentire freddo e ci fa spostare al sole. Chiede ad uno dei venditori di libri della piazza di tagliargi un pezzo di spago che poi lui annoda: lo userà per mettersi un braccio al collo. Sostiene che gli fa male ma non sa spiegarci il perché.

            Dopo un po’ si alza e proclama: “andiamo”. Lo seguiamo e gli chiediamo dove stiamo andando. “A Titan” è la risposta. Un incubo. Gli spieghiamo che non stiamo andando là, che abbiamo da fare al centro. Senza troppe storie converte la sua destinazione nel parchetto di fronte al TNB. Ci chiediamo se non ci prenda in giro, se si diverta a vederci sbiancare quando nomina Titan.

Cammina sotto braccio a Giusy. Questa gli dice che se ha male al braccio è meglio se non inali Prenadez: subito nasconde il sacchetto in tasca.

            Andiamo così a sederci sul prato davanti al TNB, vicino al “boschet” (alcuni alberelli e piante). Di lì a poco arriva Maricica: ha gli occhi gonfi, viola. Quando si avvicina ci rendiamo conto che ha ricevuto un colpo sul naso che è rotto. Le chiediamo cosa sia successo: ci spiega che è stato a causa di Gabi che ha dato noia a della gente alla fontana, quando questi lo volevano picchiare lui ha chiamato Maricica in soccorso, questa è arrivata ed è stata colpita con una pietra in pieno naso.

Radu chiede: “a causa di Gabi?”, si propone di picchiarlo. Maricica gli spiega che tanto non cambierebbe nulla, il dolore non le passerebbe. Poi però ricorda a Radu che per sua colpa né lei né Tiganul possono più dormire nella macchina. Radu cerca di discolparsi ma si vede che si sente in difficoltà.  

            Raccontiamo a Maricica che abbiamo chiesto a Parada l’indirizzo dell’ufficio per lei ma che ci hanno detto che non lo danno più a nessuno dei ragazzi (in realtà ci hanno raccontato che hanno perso il precedente ufficio proprio a causa di Maricica che ha dato di matto davanti al palazzo suscitando le proteste dei vicini). Ci dice di non preoccuparci: già ha avuto l’indirizzo. Ci chiede se abbiamo una scheda telefonica per chiamare Parada. Gli diciamo di no e ci chiede se possiamo portarne una la prossima volta. Poi ci dice che comunque ha già parlato con Parada, che è tutto a posto… (a sentir loro non pare proprio). Ci chiede se sappiamo che il 2 aprile ci sarà l’inaugurazione del Centru de Zi (di Parada), è sorpresa dal fatto che non lo sappiamo.

            Radu chiede quando è Pasqua e ci dice che fra due settimane andrà in montagna e che per Pasqua andrà in chiesa. Maricica non crede che andrà in montagna. Lui le chiede dove andrà lei per Pasqua. “Qua, dove vuoi che vada?” è la risposta. Comunichiamo loro che Giusy per Pasqua sarà in Italia: Radu sembra non capire, forse non si rende conto quanto lontana sia l’Italia. Maricica chiede a Giusy se può andare con lei, le ricorda che ha il passaporto, che non ha problemi. Giusy le risponde che le piacerebbe ma che non è così semplice. Maricica si raccomanda che Giusy passi a salutarla prima di partire. Poi aggiunge che se non passasse a salutare lei non sarebbe grave, infondo non hanno passato poi tanto tempo assieme, ma se non salutasse Radu e Gabi sarebbe grave. Radu, un po’ in imbarazzo per la storia della macchina, si congeda. Rimaniamo ancora un po’ con Maricica: non sappiamo tanto che dire. Giusy deve andare a casa, Giorgio dice che l’accompagna per un pezzo e ce ne andiamo dandole appuntamento a domenica.




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20 marzo 2004


Ci sarebbero tante cose da scrivere su questa giornata. Questa sera non riusciremo, speriamo domani. Vi lanciamo solo qualche immagine di questa lunga giornata.

            Prima immagine: Radu che fa la calza con dei ferri ricavati dal telaio di un ombrello.

            Seconda immagine: una quindicina di ragazzi giocano a pallone davanti al teatro della “Opera Romana”. Tra loro quattro vivono nei canali, due sono ragazze che hanno passato l’infanzia in orfanotrofio (una ora gioca in una squadra di calcio femminile in serie A), uno è un italiano, gli altri sono normalissimi ragazzi incontratisi per caso un sabato.

            Terza immagine: Maricica con gli occhi viola ed il naso rotto: “Gabi scoccia la gente –ci dice- e poi chiama Maricica! Maricica! Questo è il risultato.

            A domani




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18 marzo 2004

EROINA

Un ultima cosa: abbiamo scoperto che Maricica si fa di eroina. Questo è interessante soprattutto per capire il ruolo di Tiganul: probabilmente è lo spacciatore. Che loro fossero legati a lui per avere l’aurolac era assurdo: lo può comprare anche Maricica. Con l’eroina è diverso. I più piccoli potrebbero anche farsi solo di aurolac: loro comunque sono costretti a farselo comprare da un maggiorenne.




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18 marzo 2004

MALEDETTE CASSETTINE

La cassetta con l’intervista di Stefan si è rotta: si è strappato il nastro. La abbiamo aperta e siamo riusciti a ripararla. Vi è mai capitato di riparare una cassetta magnetica di quelle “micro”? Vi auguriamo che non vi capiti mai: da esaurimento nervoso! Ora è tardi e domani sarà un'altra giornata pesante. Se non fosse stato per la stramaledetta cassetta avremmo scritto qualcosa di più.

 




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18 marzo 2004

PRIME INTERVISTE

Oggi abbiamo fatto le prime tre interviste. Siamo arrivati al Centru de Zi che erano quasi le 12 (bollette da pagare ed altre rogne: è saltata mezza mattinata). Lunedì Stefan aveva visto una cassetta e ci aveva raccontato che una volta un giornalista aveva provato a fargli un intervista, lui si era innervosito ed aveva mangiato la cassetta. La cosa aveva chiaramente inibito il nostro progetto di intervistarlo. Oggi al contrario non ci ha dato neanche il tempo di salutarlo che ci ha chiesto il registratore. Ottenutolo ha cominciato ad intervistare alcuni ragazzi chiedendo quello che secondo lui avremmo chiesto noi (tutto sommato non andando neanche lontano da ciò che ci interessa). Facendo le domande si atteggiava da giornalista ed imitava, molto bene, la voce di Giorgio , con tanto di R moscia ed errori tipici che commettono gli Italiani parlando rumeno: un vero attore. Poi ci ha chiesto di fare l’intervista anche a lui. Dall’intervista abbiamo ottenuto un quadro un po’ diverso da quello che avevamo tracciato dopo il suo racconto di vita precedente. Stiamo verificando qualcosa: ci ha detto, ad esempio, che è ha usato eroina per 6 anni e che poi ha deciso di disintossicarsi ed è entrato in un centro a sue spese. Da varie fonti sappiamo che l’eroina si è diffusa tra i ragazzi di strada da circa 3 anni. Potrebbe essere però che Stefan abbia frequentato altri ambienti dove l’eroina è arrivata prima. Ad ogni modo ci pare strano che abbia potuto trovare i soldi (a suo dire moltissimi) per disintossicarsi, visto che drogandosi e vivendo per strada di certo non riusciva a mettere da parte soldi.

            Abbiamo intervistato anche due altri ragazzi: Gabi e Bogdan. Abbastanza interessanti ma non proprio quello che volevamo noi.




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